venerdì, 18 luglio 2008, ore 09:56
farfugliato da Klarka in film

Guardiamo gli altri attraverso un velo, sul quale dipingiamo la realtà come vorremmo che fosse. Poi ci togliamo il velo dagli occhi, ma a volte è troppo tardi.

painted veil

veil-topper

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venerdì, 11 luglio 2008, ore 16:58
farfugliato da Klarka in musica, film

L'unica cosa che mi è piaciuta in un film che credevo sarebbe stato fra i miei favoriti di quest'anno e invece è solo un film venuto male, noioso fino agli sbadigli e privo di sostanza.

cat power blueberry 2


cat power blueberry 1



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martedì, 06 maggio 2008, ore 18:57
farfugliato da Klarka in vita, film


juno


Juno
1) Bel film (e chissenefrega del target indie e compagnia bella), però io credo che nessuna ragazzina al mondo si farebbe il test di gravidanza nel bagno della drogheria del proprio paese.
2) Jason Bateman, chi è costui? Perché ho l'impressione di averlo già visto e stravisto ma non riesco neanche a ricordare un film con lui? (e imbd non mi ha aiutato...) Comunque mi sono innamorata di lui, anche se nel film è un po' una testa di cazzo.
3) Com'è che ormai qualsiasi film mi fa piangere?


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martedì, 22 aprile 2008, ore 18:18
farfugliato da Klarka in film

 
lasamaritana1


lasamaritana2


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martedì, 08 aprile 2008, ore 20:13
farfugliato da Klarka in vita, film, taliani

Tutta la vita davanti, l'ultimo film di Paolo Virzì, è uno dei più tristi che abbia visto da un bel po' di tempo. Ebbene sì, mi sono anche commossa, sono uscita dal cinema con gli occhioni rossi e gonfi e sono corsa al supermercato a comprare una bottiglia di vino. Ci si consola come si può.

E mi chiedo se non sia stato un errore tornare in Italia.

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domenica, 13 gennaio 2008, ore 12:26
farfugliato da Klarka in film

Il 2008 è appena iniziato e io ho già decretato il peggior film dell'anno, la più grande delusione: Cous Cous di Abdellatif Kechiche. Pur osannato dalla critica, il film è lento, tarda ad arrivare al punto, trascina lo spettatore in situazioni che interessano poco, è privo di magia. E sempre contro il parere della critica, mi sembra che l'unica cosa veramene degna di nota non sia la lasciva e sudaticcia adolescente con gli occhi a pesce lesso che balla la danza del ventre, ma il silenzioso e saggio Beiji (interpretato da Habib Boufares) , che deve accolarsi sulle spalle non una ma ben due famiglie rumorose, isteriche, prepotenti e alla fine anche imbranate. Paragonare il cous cous di Kechiche (come ha fatto un giornalista dell'Unità) alla bicicletta di De Sica mi pare veramente un'eresia.

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giovedì, 20 dicembre 2007, ore 11:18
farfugliato da Klarka in film

elizabethCate Blanchet è mostruosamente brava.
Clive Owen è probabilmente l'uomo più bello del mondo.
Samantha Morton deve vincere l'Oscar come migliore attrice non protagonista.
Abbie Cornish è detestabile, con quella faccia da santerellina.

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mercoledì, 07 novembre 2007, ore 08:54
farfugliato da Klarka in film, tableaux tchèques

Per tutti i blogger fiorentini (e non):

Da martedì 6 a domenica 11 novembre si svolgerà al Cinema Gambrinus di Firenze (via Brunelleschi 1) la 29esima edizione di Cinema e Donne.Tra gli eventi speciali la presenza di Vera Chytilovà, regista della Repubblica Ceca con la proiezione in anteprima mondiale di "Pleasant Moments" (Hezké chvilky bez záruky) (venerdì 9 novembre) 20.00.


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domenica, 21 ottobre 2007, ore 17:39
farfugliato da Klarka in libri, film

marieantoinetteLaddove finisce il film di Sofia Coppola (con la straziante frase che in realtà venne pronunciata da Elisabeth, la sorella di Luigi XVI, ma che nel film ci sta benissimo e ogni volta che lo vedo mi provoca un singulto), inizia la vita adulta di Marie Antoinette. Finisce il tempo dei giochi, dei balli, dei pasticcini e delle scarpette. Comincia il tempo della responsabilità e della sofferenza. In realtà, già dopo aver avuto il primo figlio (Maria Teresa, chiamata Madame Royale), l’attenzione della regina si era quasi interamente spostata dal “leisure” verso i doveri di madre e moglie. Con la Rivoluzione Francese e il precipitare degli eventi, questi doveri si fecero sentire per Marie Antoinette sempre più forti e determinanti. La sua scelta, ad esempio, di non voler in alcun modo abbandonare il Re e fuggire per mettersi in salvo, fa capire come la regina intendesse il suo ruolo di consorte con estrema serietà e come, in fin dei conti, volesse veramente bene a suo marito. Ovviamente la scelta di Sofia Coppola di far terminare il film con la partenza della famiglia reale da Versailles, dettata probabilmente sia dalla sua poetica focalizzata sull’adolescenza sia da una questione di lunghezza del film, è assolutamente condivisibile. Ciò non toglie che, da quel momento fino all’esecuzione di Marie Antoinette, ci sarebbe da girare un altro interessantissimo, splendido, estremamente drammatico film. Non è escluso che qualcuno lo faccia (proprio di questi tempi sta per uscire il nuovo film su Elizabeth I, diretto dallo stesso regista che girò il film omonimo e interpretato ancora una volta da Cate Blanchett) ma nell’attesa, la curiosità può essere soddisfatta tramite la lettura del libro "Marie Antoinette. The journey” di  Atonia Fraser, una biografia interessante, avvincente e scritta molto bene.
Quella che viene fuori dal ritratto della Fraser è una donna da certi punti di vista “qualunque” e da altri punti di vista completamente fuori dalla realtà. Nata in una corte e maturata in un’altra, trascurata dalla madre fino al momento in cui le servì come moneta di scambio nell’ambito dell’alleanza franco-austriaca, trascurata affettivamente e sessualmente dal marito (consumarono il matrimonio a sette anni dalle nozze), madre infelice (perse due figli), regina impotente che non riuscì mai ad influenzare le decisioni del Re (deludendo così la madre e l’ambasciatore Mercy), ma soprattutto vittima del popolo che, dopo averla osannata e adorata, la umiliò nei modi peggiori. Ciononostante, Marie Antoinette mantenne fino all’ultimo minuto di vita la sua dignità, palesata attraverso il suo particolare portamento che alcuni definivano fiero e regale, mentre altri altezzoso e arrogante. Presa di mira dai libellisti francesi, che la descrivevano come un demone dedito soltanto alla lussuria, al gioco, alla baldoria, a tutti i lussi più sfrenati e dispendiosi, criticata per le sue amicizie, per le sue presunte relazioni lesbiche, per le sue spese e, alla fine, perfino per la sua condotta di madre (l’attività a cui peraltro dedicò più amore e dedizione), Marie Antoinette fu sostanzialmente una donna sola, che ebbe a che fare fin dall’inizio con situazioni più gradi di lei, a cui non era stata preparata adeguatamente e a cui cercò sempre di adattarsi nel migliore dei modi, così come cercò sempre di crearsi i propri spazi e la propria vita, principalmente attraverso le amicizie e, in seguito apunto, attraverso il suo ruolo di madre.
Certo, la Fraser rischia a tratti di cadere nell’agiografia, e il lettore rischia di formarsi un’idea di Marie Antoinette come di una martire. E’ ovvio che la famiglia reale, e la stessa Marie Antoinette, avevano delle colpe; tuttavia la regina, non avendo alcun peso nelle decisioni del marito, non si può ritenere responsabile dei problemi della Francia, problemi che avevano le loro origini ben prima dell’ascesa al trono di Luigi XVI, che fu peraltro un re pacifico e passivo. La Rivoluzione, come tutti i grandi sconvolgimenti della storia, aveva bisogno di un capro espiatorio e questo fu identificato nella famiglia reale, a cui furono riservati trattamenti assolutamente disumani e totalmente contro quella libertà che i rivoluzionari tanto professavano. Marie Antoinette, in particolare, fu trattata con crudeltà disumana, umiliata, strappata ai propri figli, a tutto ciò che le rimaneva, derisa e infamata, condannata per crimini che non aveva commesso (si inventarono perfino che aveva molestato sessualmente il figlio di otto anni) e infine brutalmente giustiziata.   
Per coloro che hanno amato il film ma anche per coloro che non lo hanno neanche visto, “Marie Antoinette. The journey” è un libro molto interessante e ben realizzato, che non si concentra esclusivamente su Marie Antoinette, ma da anche un quadro piuttosto ampio sulla realtà e sugli avvenimenti di quel tempo; uno sguardo forse un po’ di parte, ma senz’altro esauriente e non superficiale.

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venerdì, 05 ottobre 2007, ore 15:17
farfugliato da Klarka in film, lost in translation, taliani

arrivederci amore ciaoGiorgio (Alessio Boni) è un ex terrorista che, dopo aver trascorso diversi anni in Sud America per nascondersi, rientra in Italia deciso a riscattarsi e liberarsi dalle sue colpe. Confessando ad un corrotto poliziotto della Digos (un untuosissimo e italianissimo Michele Placido) nomi e informazioni riguardo ai suoi ex "colleghi", riesce a scontare una pena minima. Uscito di prigione, farà di tutto (droga, puttane, rapine, omicidi...) per ottenere la riabilitazione e tornare ad essere un "normale cittadino". La sua spietatezza non ha alcun limite e viene in parte raccontata dalla voce dello stesso protagonista, che ci rende partecipi del piacere che prova nel commettere le sue efferatezze. Giorgio (Alessio Boni inedito nella parte del cattivo) non tradisce mai un minimo segno di debolezza o di umanità, nemmeno quando ricorda il suo passato, gli errori commessi, l'amico ucciso per poter andare via dal Sud-America (e io francamente non ho neanche capito perché lo ha dovuto ammazzare) sulle note di "Arrivederci amore ciao" (titolo del film e del romanzo di Massimo Carlotto da cui è tratto) cantata da Caterina Caselli.  Ma né il film né i protagonisti suscitano grandi sensazioni: non si prova pena, non si prova neanche particolare disgusto, si resta piuttosto indifferenti davanti a questo film freddo e un po' manierato. Forse è proprio questo lo scopo del regista Michele Soavi: farci sentire freddi e indifferenti come il protagonista. Nulla sembra lasciare tracce in quest'uomo, né i crimini che compie (e che resteranno impuniti) né la breve relazione sessuale con Flora (un'Isabella Ferrari scheletrica e un po' sguaiata), merce di scambio che il marito usa per pagare i propri debiti di cocainomane incallito; né tantomeno il sacrificio della giovane e ingenua moglie Roberta (Alina Nedelea), brava ragazza sposata per fare colpo sul giudice che gli deve concedere la riabilitazione e uccisa con una crudeltà disumana perché sapeva troppo. Niente, non c'è un'ombra di orrore, di pentimento, di dubbio sul volto (piuttosto monotono) di Alessio Boni e nell'animo di Giorgio. Una volta ottenuta la riabilitazione, il suo happy-ending personale, Giorgio ci annuncia con cinismo il suo ritorno nel mondo della gente per bene, la sua ritrasformazione in un cittadino onesto.   

Nel film non c'è un'ombra di ideologia, come nel personaggio del resto, ma solo uno sfoggio di violenza, corruzione, orrore. La colonna sonora di Guerra è a volte un po' sopra le righe, a volte un po' da fiction sulla polizia. Né Boni né Placido entusiasmano. Hanno un certo fascino la lunga sequenza conclusiva dell'agonia di Roberta e il piccolo ruolo di Carlo Cecchi, nei panni di un avvocato del nord-est, ricco e traffichino, che aiuta Giorgio ad ottenere la riabilitazione.

Curioso che in Repubblica Ceca abbiano cambiato il titolo in "Mafia" che non ha niente a che vedere (o perlomeno non in senso stretto) con il film ed è totalmente fuorviante. Ma si sa... questi italiani...


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