






Cate Blanchet è mostruosamente brava.
Laddove finisce il film di Sofia Coppola (con la straziante frase che in realtà venne pronunciata da Elisabeth, la sorella di Luigi XVI, ma che nel film ci sta benissimo e ogni volta che lo vedo mi provoca un singulto), inizia la vita adulta di Marie Antoinette. Finisce il tempo dei giochi, dei balli, dei pasticcini e delle scarpette. Comincia il tempo della responsabilità e della sofferenza. In realtà, già dopo aver avuto il primo figlio (Maria Teresa, chiamata Madame Royale), l’attenzione della regina si era quasi interamente spostata dal “leisure” verso i doveri di madre e moglie. Con la Rivoluzione Francese e il precipitare degli eventi, questi doveri si fecero sentire per Marie Antoinette sempre più forti e determinanti. La sua scelta, ad esempio, di non voler in alcun modo abbandonare il Re e fuggire per mettersi in salvo, fa capire come la regina intendesse il suo ruolo di consorte con estrema serietà e come, in fin dei conti, volesse veramente bene a suo marito. Ovviamente la scelta di Sofia Coppola di far terminare il film con la partenza della famiglia reale da Versailles, dettata probabilmente sia dalla sua poetica focalizzata sull’adolescenza sia da una questione di lunghezza del film, è assolutamente condivisibile. Ciò non toglie che, da quel momento fino all’esecuzione di Marie Antoinette, ci sarebbe da girare un altro interessantissimo, splendido, estremamente drammatico film. Non è escluso che qualcuno lo faccia (proprio di questi tempi sta per uscire il nuovo film su Elizabeth I, diretto dallo stesso regista che girò il film omonimo e interpretato ancora una volta da Cate Blanchett) ma nell’attesa, la curiosità può essere soddisfatta tramite la lettura del libro "Marie Antoinette. The journey” di Atonia Fraser, una biografia interessante, avvincente e scritta molto bene.
Giorgio (Alessio Boni) è un ex terrorista che, dopo aver trascorso diversi anni in Sud America per nascondersi, rientra in Italia deciso a riscattarsi e liberarsi dalle sue colpe. Confessando ad un corrotto poliziotto della Digos (un untuosissimo e italianissimo Michele Placido) nomi e informazioni riguardo ai suoi ex "colleghi", riesce a scontare una pena minima. Uscito di prigione, farà di tutto (droga, puttane, rapine, omicidi...) per ottenere la riabilitazione e tornare ad essere un "normale cittadino". La sua spietatezza non ha alcun limite e viene in parte raccontata dalla voce dello stesso protagonista, che ci rende partecipi del piacere che prova nel commettere le sue efferatezze. Giorgio (Alessio Boni inedito nella parte del cattivo) non tradisce mai un minimo segno di debolezza o di umanità, nemmeno quando ricorda il suo passato, gli errori commessi, l'amico ucciso per poter andare via dal Sud-America (e io francamente non ho neanche capito perché lo ha dovuto ammazzare) sulle note di "Arrivederci amore ciao" (titolo del film e del romanzo di Massimo Carlotto da cui è tratto) cantata da Caterina Caselli. Ma né il film né i protagonisti suscitano grandi sensazioni: non si prova pena, non si prova neanche particolare disgusto, si resta piuttosto indifferenti davanti a questo film freddo e un po' manierato. Forse è proprio questo lo scopo del regista Michele Soavi: farci sentire freddi e indifferenti come il protagonista. Nulla sembra lasciare tracce in quest'uomo, né i crimini che compie (e che resteranno impuniti) né la breve relazione sessuale con Flora (un'Isabella Ferrari scheletrica e un po' sguaiata), merce di scambio che il marito usa per pagare i propri debiti di cocainomane incallito; né tantomeno il sacrificio della giovane e ingenua moglie Roberta (Alina Nedelea), brava ragazza sposata per fare colpo sul giudice che gli deve concedere la riabilitazione e uccisa con una crudeltà disumana perché sapeva troppo. Niente, non c'è un'ombra di orrore, di pentimento, di dubbio sul volto (piuttosto monotono) di Alessio Boni e nell'animo di Giorgio. Una volta ottenuta la riabilitazione, il suo happy-ending personale, Giorgio ci annuncia con cinismo il suo ritorno nel mondo della gente per bene, la sua ritrasformazione in un cittadino onesto.
Nel film non c'è un'ombra di ideologia, come nel personaggio del resto, ma solo uno sfoggio di violenza, corruzione, orrore. La colonna sonora di Guerra è a volte un po' sopra le righe, a volte un po' da fiction sulla polizia. Né Boni né Placido entusiasmano. Hanno un certo fascino la lunga sequenza conclusiva dell'agonia di Roberta e il piccolo ruolo di Carlo Cecchi, nei panni di un avvocato del nord-est, ricco e traffichino, che aiuta Giorgio ad ottenere la riabilitazione.
Curioso che in Repubblica Ceca abbiano cambiato il titolo in "Mafia" che non ha niente a che vedere (o perlomeno non in senso stretto) con il film ed è totalmente fuorviante. Ma si sa... questi italiani...