giovedì, 27 settembre 2007, ore 12:40
farfugliato da Klarka in vita, film, cult, taliani

Al Pacino (nei panni di "Bobby Deerfield") passeggia per via Tornabuoni, Firenze. Per la strada passa uno dei vecchi - mitici - autobus arancioni dell'ataf. Peccato che non ero ancora nata...

 

Bobby Deerfield


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lunedì, 17 settembre 2007, ore 09:26
farfugliato da Klarka in film, cult

Taxi-DriverCerto, non capita a tutte le ragazze, nemmeno nella storia del cinema, di essere invitate a un appuntamento da Robert De Niro, con la faccia dello psicopatico Travis di "Taxi Driver" (Martin Scorsese, 1976). Né capita spesso di essere portate, al primo appuntamento, in un lurido cinema porno. La bella e algida Betsy (Cybil Sheperd) ne fugge inorridita, per poi non voler mai più vedere né sentire il tassista reduce del Vietnam, che pure l'aveva in qualche modo affascinata con i suoi modi diretti e imprevedibili, con la sua tenacia da conquistatore che non demorde, con le sue contraddizioni da uomo solo e isolato in un mondo (e in una città) che si affretta verso la deriva. Travis Bickle è un tassista sociopatico ventiseienne, malato di insonnia cronica, affetto da manie di grandezza, manie omicide, passione per le armi e voglia di vendetta. Gira di notte con il suo taxi per le vie di una New York sporca, marcia, violenta. E' così solo che, anche in preda ad attacchi di violenza, non può che rivolgersi a se stesso, alla sua immagine rriflessa nello specchio: "You talkin' to me? You talkin' to me?". La società e i mass media ne faranno l'ennesimo caso da prima pagina, l'ennesimo eroe che rischia la vita per salvare una prostituta dodicenne e restituirla alla sua famiglia. Ma i piani di Travis erano altri: uccidere il senatore Pallantine (per cui lavora l'oggetto della sua ossessione Betsy), sfogare la sua violenza cieca. Ma, si sa, i casi della vita fanno di un assassino un eroe e la stampa è semrpe la prima a sguazzarci. Disillusione, angoscia, isolamento, incomunicabilità: questo inferno sulla terra sembra travolgere e inghiottire non solo i veterani di guerra, ma tutta la società, irrimediabilmente persa, corrotta.

Una violenza cruda e livida permea tutto il film (compresa la scena del corteggiamento), ma si espleta sullo schermo solo negli ultimi minuti, con un impatto fortissimo e tragico, ma non senza un filo di ironia. Lo sguardo furioso e alienato di De Niro cattura e terrorizza. Il finale, reale o immaginario che sia, lascia il film aperto e nello spettatore un senso di inquietudine profonda.


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lunedì, 10 settembre 2007, ore 10:15
farfugliato da Klarka in libri, cult

anna kareninaHo sempre avuto una forma di repulsione per il libri troppo voluminosi; non sono una persona molto paziente, quindi seguire il filo di un romanzo per più di trecento pagine mi costa una grande fatica, anche se la storia mi appassiona e il libro mi piace. Mi è accaduto di abbandonare a metà un paio di libri (cosa che detesto e faccio a malincuore), come ad esempio "Delitto e Castigo". Non so perché, però un giorno mi è venuta la fissa che dovevo leggere "Anna Karenina" di Lev Tolstoj. Non so se sia stata una snobberia letteraria della serie "come posso dire di amare la letteratura se non ho mai letto un libro di Tolstoj". Non credo. Piuttosto questo libro in qualche modo mi attirava, inspiegabilmente. Quindi ho affrontato le 887 pagine della versione Einaudi Tascabili (traduzione - molto vecchia e opinabile - di Leone Ginzburg) e, ora che l'ho finito, mi ha lasciato con una sensazione di inconcludenza (esiste questa parola?). No, non che avrei voluto altre 300 pagine, questo no. Ma la cosa che mi lascia un po' perplessa è che non sono riuscita a comprendere in sostanza cosa Tolstoj volesse dire.
Allora la storia in breve, per chi non la conoscesse, è questa: Anna Karenina è una signora sposata e con un figlio che conduce una vita normale e serena; un giorno alla stazione incontra un giovane, il conte Vronskij, il quale si innamora immediatamente di lei e la trascina in una passione proibita e fortissima. Al contempo Vronskij spezza il cuore della bella principessina Kitty che, innamorata di lui, spera in una proposta di matrimonio che non arriverà. Kitty per il dolore si ammala e, una volta riacquistate salute e speranza, riuscirà a trovare la pace, la tranquillità e l'amore con Levin, un possidente campagnolo, noioso ma onesto. Non così fortunati saranno invece Anna e Vronskij che dovranno fare i conti con il giudizio della società, con i propri sensi di colpa, con l'impossibilità di vivere la propria passione con serenità. La fine è ovviamente tragica per loro, com’è invece lieta per l’altra coppia.
Chiaramente tutto il libro si basa sull’opposizione delle due coppie: da una parte la coppia onesta, solida, di buoni principi, e dall’altra la coppia che vive nel peccato. Anna abbandona il marito e il figlio tanto amato, per seguire i suoi impulsi primordiali, per alimentare una passione che finirà per distruggerla, corrodendole il cuore e i nervi. Anna, alla fine, è soltanto una donna che non è stata capace di accettare il proprio destino, di trovare un accordo fra passione e ragione. Mentre Vronskij non avrà particolari problemi nel confrontarsi con la propria situazione, entrando persino in conflitto con la madre, Anna non ci riesce. Non solo perché più fragile e tormentata, ma anche perché donna: a Vronskij nessuno rimprovera cosa ha fatto, Anna è invece la donna perduta, malefica, indegna. Kitty, invece, dopo un iniziale smarrimento (l’innamoramento per Vronskij e la conseguente malattia), capirà che quello che conta veramente nella vita è la semplicità dei sentimenti e dei desideri, riuscirà a trovare la felicità con un uomo che, pur non bello e affascinante come Vronskij, saprà renderla felice. Levin è un uomo semplice e tormentato allo stesso tempo: per lui quello che conta di più è la sua tranquilla vita in campagna e tutte le cose di cui là si deve occupare. Ma con il matrimonio e la nascita di un figlio, comincia a riflettere su questioni esistenziali e spirituali, tormentandosi fino allo stremo ma, alla fine, comprendendo che quello che veramente conta per lui sono la moglie e il figlio che lui ama sinceramente e profondamente. Il rapporto di Kitty e Levin va via via cementandosi, così come quello di Anna e Vronskij va via via sgretolandosi, soffocandosi fra le gelosie folli di Anna, i suoi sensi di colpa e i rigidi giudizi morali della società che gli sta intorno, fino ad arrivare alla tragica risoluzione finale.
All’apparenza il messaggio di Tolstoj sembra chiaro: la coppia che vive nel peccato si autodistruggerà, la copia che vive onestamente e puramente si consoliderà e donerà la felicità. Ma, a cominciare dal fatto che il libro porta il nome di Anna, non credo che le cose stiano esattamente così. Certo, l’opposizione fra bene e male è ovvia ma Anna è l’eroina del libro, la vera protagonista e Tolstoj sembra avere sempre una particolare cura per lei, quando ne descrive i pensieri e le azioni. Forse soltanto per Levin ha una cura paragonabile, facendoci partecipi di tutti i suoi tormenti interiori, prima con il rifiuto di Kitty e poi con i suoi problemi teologico-esistenziali. Ma Levin viene tutto sommato anche tratteggiato come un personaggio rigido e noioso, mentre Anna è la stella del romanzo. Anna è bella, buona e viene travolta da questa passione che non riesce a dominare; Anna è una vittima e come una vittima finirà. E’ vittima della sua passione, vittima degli eventi, vittima di un marito rigido e duro, vittima di una società superficiale e ostile. E’ vittima anche dei tempi in cui vive, tempi in cui una donna non era libera di decidere della propria vita. Tutto ciò che nel libro ha a che fare con Anna è pietoso e commovente, come la scena in cui dopo tanto tempo riesce a vedere il figlio per pochi minuti. Anna è un personaggio che suscita una pietà immensa nel lettore mentre, almeno per me, Vronskij suscita una certa indifferenza se non addirittura antipatia, Kitty un po’ di tenerezza e Levin noia mista a ilarità. “Anna Karenina” è il romanzo di Anna, è un’ode a questa povera donna sperduta in un mondo così crudele: ed ciò che pensa anche lei nel suo ultimo delirio; Anna si rende conto di quanto tutto sia meschino, misero, inutile, di quanto le persone siano crudeli e superficiali, attraverso il suo lungo e delirante monologo interiore ci rendiamo conto di quanto la vita le appaia difficile da vivere, di quanto il mondo le appaia brutto e ingiusto, di quanto soffra e di quanti aneli alla pace, quella pace che non potrà trovare in vita ma che dovrà cercare nella morte.   
 

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venerdì, 27 luglio 2007, ore 09:21
farfugliato da Klarka in film, cult

"Mindfuck Empire" è il titolo di una recensione-stroncatura che ho letto su un giornale ceco a proposito di INLAND EMPIRE. L'ho rivisto, finalmente. In lingua originale, finalmente. Imperdibile Grace Zabriskie (la vicina) original sound. Tutta un'altra cosa, insomma. Come sempre.

lynch empire

 

Mi è piaciuto, di nuovo, ancora di più. Non ho ceduto nemmeno un attimo alla stanchezza, il che per una come me è incredibile. Magie dello zio David.

Comunque non mi starò a dilungare sui misteri dell'impero interno, sulla mente labirintica di Nikki/Susan, nel sul triplo specchio realtà/cinema/mente. No, volevo solo dire un paio di cose sui titoli di coda, che credo di essermi persa quando l'ho visto in Italia. Volevo solo annotare, per me stessa, la presenza della ragazza di Pomona con la scimmietta, di Laura Harring, di Nastassja Kinski e, al pianoforte, di Ben Harper che si vede solo in un nanofotogramma ma, essendo l'uomo di Laura Dern, sono quasi sicura che sia lui. Fantastiche le tipe che ballano e cantano Nina Simone. Il tizio che taglia la legna con la camicia rossa a scacchi che fa troppo Twin Peaks. Nei credits inoltre c'è scritto qualcosa come "addictional back-vocals from Laura Harring and Naomi Watts". In che senso scusate? C'era anche un terzo nome, ma l'ho dimetnicato. Avrei dovuto portarmi un taccuino e scrivere le mie impressioni e le cose che ho notato, ma non volevo fare troppo l'intellettuale lynchofila... Uno dei personaggi polacchi si chiama Janek, come il padre di Ronette Pulaski. Come sempre ci sono un sacco di cose che vorrei scrivere, che avevo notato ma ho già dimenticato. Sarà per la terza visione.

inland

[Questo post non ha né capo né coda, ma non riesco a parlare di Lynch in maniera razionale. E' un po' come se fosse mio padre, capitemi. ]


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venerdì, 20 luglio 2007, ore 11:10
farfugliato da Klarka in musica, vita, film, sogni, cult

 

double-vie-de-veronique

 

 "La double vie de Véronique"  di Krzysztof Kieslowski è un film meraviglioso, poetico, intelligente, profondo, affascinante. E' uno dei film più tristi che io abbia mai visto ed è dotato di una delle colonne sonore più belle che io abbia mai sentito (composta da Zbigniew Preisner). Non so perché mi è venuta voglia di parlarne, forse perché stavo ascoltando questa musica ed è tanto tempo che non ho il pacere di guardarlo. La prima volta che lo vidi era una pomeriggio di settembre del 2001, io dovevo decidere cosa studiare all'università e, in un certo senso, questo film mi ha condizionato. Stavo infatti riflettendo se provare a studiare ceco o no e, ascoltando i dialoghi in polacco di questo film, mi dissi che sì, che forse valeva la pena provare. Nella mia ignoranza postliceale, non mi rendevo conto che il ceco e il polacco, pur appartenendo allo stesso ceppo linguistico, sono due lingue molto diverse, soprattutto per come suonano alle orecchie di uno straniero. Fatto sta che mi decisi per il ceco, e il polacco non lo presi neanche in considerazione. Scelte. Ho iniziato a studiare ceco per poter leggere i libri di Milan Kundera in lingua originale. Ora ne sono capace. E quindi? Niente. Le mie scelte sono spesso dettate da motivazioni più o meno futili. Iniziai a studiare all'università, oltre al ceco, il tedesco perché volevo capire i testi degli Einstürzende Neubauten. Ho abbandonato poi questa lingua perché non mi piaceva. Continuo ad ascoltare gli Einstürzende Neubauten senza capire i loro testi. Ho continuato a studiare ceco e mi sono addirittura trasferita a Praga: continuo a leggere i romanzi di Milan Kundera e lo posso fare finalmente in lingua originale. E allora?


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sabato, 09 giugno 2007, ore 19:21
farfugliato da Klarka in vita, film, cult

marie antoinetteEra troppo tempo che aspettavo di vedere questo film; dopo aver letto recensioni, averne ascoltato la colonna sonora per tuto l'inverno e aver atteso invano l'uscita nei cinema cechi, finalmente l'ho visto, purtroppo in dvd, ma l'ho visto. La mia attesa è stata assolutamente ripagata e le mie aspettative non sono state minimamente deluse. "Marie Antoinette" è un film meraviglioso, sotto tutti i punti di vista. Non saprei neanche da dove cominciare: dalla già citata colonna sonora, ai costumi, alle ambientazioni, i colori, la fotografia, la regia, gli attori, e tutta la cultura pop che contiene... Tutto mi è piaciuto in questo film e credo proprio che entrerà a far parte dei miei culti... Sofia Coppola non delude, dopo le vergini suicide e le incomprensioni di Tokio, torna a parlare di adolescenza, di crescita, di amore, e lo fa con bravura e precisione e sensibilità. Questo film mi ha fatto ridere e mi ha commosso e mi ha stregato. Marie Antoinette è ogni ragazza, ognuna, con le sue paure, i suoi capricci, i suoi complessi, i suoi desideri, ogni ragazza che non resiste davanti a un pasticcino alla crema come ad un paio di scarpette incantevoli, ogni ragazza che vuole essere amata e ammirata, che vuole divertirsi, che ha paura di crescere ma lo desidera allo stesso tempo. Ogni ragazza, insomma.  

virgin-suicides

 

marie antoinette


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venerdì, 08 giugno 2007, ore 12:00
farfugliato da Klarka in film, cult, tableaux tchèques

kinoautomatVi è mai capitato di guardare un film è pensare "Io al suo posto avrei fatto questo, io lo avrei fatto finire così, io gli avrei fatto scegliere questo invece di questo", insomma di provare il desiderio di cambiare il corso delle vicende cinematografiche o di chiedervi cosa sarebbe successo se il protagonista invece di fare una cosa ne avesse fatta un'altra? Beh, se la risposta è sì Kinoautomat è fatto apposta per voi. Kinoautomat venne ideato e realizzato dal regista ceco Radúz Činčera il quale realizzò il primo film interattivo nella storia del cinema mondiale. Il film "Člověk a jeho dům" ("Un uomo e il suo palazzo") venne proiettato per la prima volta alla mostra internazionale EXPO '67, tenutasi in Canada, a Montreal. Doppiato in inglese per l'occasione, il film durante la proiezione si interrompeva nei momenti più salienti e un conduttore si rivolgeva al pubblico proponendo due possibilità, due modi in cui l'intreccio si poteva sviluppare, gli spettatori disponevano di un telecomando e votavano il loro svolgimento preferito, la maggioranza dei voti decideva. La storia è molto semplice e racconta le disavventure di un gruppo di persone che abitano nello stesso condominio. Il progetto riscosse un notevole successo, giornali di tutto il mondo ne tessero le lodi. Arrivò nei cinema dell'allora Cecoslovacchia soltanto nel 1971 per poi venir proibito dal regime soltanto un anno dopo. Ovviamente questa libertà di scelta cinematografica era troppo per il regime, che definì il film come "ideologicamente non accettabile". Ora, dopo 40 dalla sua nascita Kinoautomat torna al cinema (e precisamente al cinema Světozor dove veniva proiettato nel 1971), grazie alla figlia di Činčera, la regista Alena Činčerová.  


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domenica, 20 maggio 2007, ore 18:09
farfugliato da Klarka in vita, cult

 

tp

Perdita dell'innocenza, crollo delle illusioni, fine dell'infanzia. Non c'è più distinzione fra il bene e il male, fra il buio e la luce, fra la realtà e il sogno, fra la vita e la morte. E tutto ciò a quanti anni? Forse dodici.


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sabato, 19 maggio 2007, ore 18:57
farfugliato da Klarka in film, cult

once upon the time in americaC'era una volta il cinema. C'era una volta l'essere umano con tutte le sue complessità, assurdità, crudeltà, con tutti i suoi sentimenti e le sue paure e i suoi desideri. Mettete insieme queste due cose e otterrete "C'era una volta in America". Come avevo già detto per "Il Padrino", anche qui c'è poco da commentare, se non ripetere che questo film è un capolavoro assoluto della storia del cinema e della storia dell'arte in generale. La risata di De Niro, la scena del cucchiaino nel caffè, gli scatti di follia di James Woods, la colonna sonora di Morricone, e ancora... e ancora...

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sabato, 05 maggio 2007, ore 11:10
farfugliato da Klarka in film, cult

dogdayBeh sì mi è venuta l'Al Pacino-mania dopo aver visto i Padrini. Ma come si fa a non amarlo? "Dog day afternoon" è uno dei più bei film che io abbia mai visto. E ci sono delle scene in cui lo sguardo di Al Pacino è un mondo intero. La sequenza delle due telefonate con le due mogli è strabiliante: la fronte madida di sudore, gli occhi fuori dalle orbite, la disperazione, quel senso di "e io che cazzo faccio ora, porca puttana". Fantastico, inimitabile.

dog_day_afternoonE John Cazale silenzioso e nero, con quella faccia da famiglia Addams, bravissimo e quasi muto. E la tensione, e le risate, e di nuovo la tensione, forte palpabile, il sudore che scorre, la paura. E la protesta. E l'America, folle e terrorizzante. E la sconfitta. E la paura. Mammamia che film.

dog_day_afternoon_


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