Laddove finisce il film di Sofia Coppola (con la straziante frase che in realtà venne pronunciata da Elisabeth, la sorella di Luigi XVI, ma che nel film ci sta benissimo e ogni volta che lo vedo mi provoca un singulto), inizia la vita adulta di Marie Antoinette. Finisce il tempo dei giochi, dei balli, dei pasticcini e delle scarpette. Comincia il tempo della responsabilità e della sofferenza. In realtà, già dopo aver avuto il primo figlio (Maria Teresa, chiamata Madame Royale), l’attenzione della regina si era quasi interamente spostata dal “leisure” verso i doveri di madre e moglie. Con la Rivoluzione Francese e il precipitare degli eventi, questi doveri si fecero sentire per Marie Antoinette sempre più forti e determinanti. La sua scelta, ad esempio, di non voler in alcun modo abbandonare il Re e fuggire per mettersi in salvo, fa capire come la regina intendesse il suo ruolo di consorte con estrema serietà e come, in fin dei conti, volesse veramente bene a suo marito. Ovviamente la scelta di Sofia Coppola di far terminare il film con la partenza della famiglia reale da Versailles, dettata probabilmente sia dalla sua poetica focalizzata sull’adolescenza sia da una questione di lunghezza del film, è assolutamente condivisibile. Ciò non toglie che, da quel momento fino all’esecuzione di Marie Antoinette, ci sarebbe da girare un altro interessantissimo, splendido, estremamente drammatico film. Non è escluso che qualcuno lo faccia (proprio di questi tempi sta per uscire il nuovo film su Elizabeth I, diretto dallo stesso regista che girò il film omonimo e interpretato ancora una volta da Cate Blanchett) ma nell’attesa, la curiosità può essere soddisfatta tramite la lettura del libro "Marie Antoinette. The journey” di Atonia Fraser, una biografia interessante, avvincente e scritta molto bene.16 ottobre 1793 - 16 ottobre 2007
In memoria.
Francamente non mi aspettavo gran ché da questo concerto, ma quello che mi aspettavo (divertimento), l'ho pienamente ottenuto e sono stata anche piacevolmente sorpresa. Gli Stereo Total, il duo franco-berlinese composto da madame Françoise Cactus e Herr Brezel Göring, mi ha sorpreso con la propria energia e soprattutto con la voglia di coinvolgere il pubblico a 360 gradi. La loro musica elettronica, fatta di pezzi semplici, corti, accattivanti, è il punto di incontro fra la tradizione della chanson francese e quella dell'elettronica berlinese, contaminati da citazioni cinematografiche e dell'iconografia pop. Madame Cactus si presenta come una professoressa di lettere di mezza età: occhialini, camicetta a fiori, cardigan e pantaloni di velluto. Ma basta uno sguardo alle scarpe - fantastici stivaletti di vernice rossa - per capire che dietro l'aspetto c'è qualcos'altro. Herr Göring è un tenero rockabilly attempato (ma non quanto Françoise) che gioca a fare il ragazzino, è visibilmente innamorato della sua Françoise, ha energia da vendere, salta qua e là per il palco e fa facce strane. La cosa che colpisce di più negli Stereo Total è l'ironia: la si trova nei testi delle canzoni, sempre in bilico fra naivité e cinismo post-moderno, la si trova nel modo in cui si presentano, nell'espressioni di Françoise, nel loro giocare con il pubblico e fra di loro. Françoise ha chiamato una ragazza a cantare e ballare con loro la canzone "L'amour à trois"; la ragazza, imbarazzata ma contenta, è salita sul palco e, dopo un attimo di spaesamento, ha cominciato a ballare e cantare, pur non conoscendo le parole della canzone. Verso la fine del concerto altre persone sono state fatte salire sul palco a ballare, altre invece hano cantato insieme a Françoise. Insomma, la partecipazione del pubblico è stata veramente totale, e questo non accade molto spesso ai concerti. Insomma, gli Stereo Total divertono e si divertono, coinvolgendo il loro pubblico in questo grande gioco rumoroso, colorato e interattivo che è la musique moderne.

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Giorgio (Alessio Boni) è un ex terrorista che, dopo aver trascorso diversi anni in Sud America per nascondersi, rientra in Italia deciso a riscattarsi e liberarsi dalle sue colpe. Confessando ad un corrotto poliziotto della Digos (un untuosissimo e italianissimo Michele Placido) nomi e informazioni riguardo ai suoi ex "colleghi", riesce a scontare una pena minima. Uscito di prigione, farà di tutto (droga, puttane, rapine, omicidi...) per ottenere la riabilitazione e tornare ad essere un "normale cittadino". La sua spietatezza non ha alcun limite e viene in parte raccontata dalla voce dello stesso protagonista, che ci rende partecipi del piacere che prova nel commettere le sue efferatezze. Giorgio (Alessio Boni inedito nella parte del cattivo) non tradisce mai un minimo segno di debolezza o di umanità, nemmeno quando ricorda il suo passato, gli errori commessi, l'amico ucciso per poter andare via dal Sud-America (e io francamente non ho neanche capito perché lo ha dovuto ammazzare) sulle note di "Arrivederci amore ciao" (titolo del film e del romanzo di Massimo Carlotto da cui è tratto) cantata da Caterina Caselli. Ma né il film né i protagonisti suscitano grandi sensazioni: non si prova pena, non si prova neanche particolare disgusto, si resta piuttosto indifferenti davanti a questo film freddo e un po' manierato. Forse è proprio questo lo scopo del regista Michele Soavi: farci sentire freddi e indifferenti come il protagonista. Nulla sembra lasciare tracce in quest'uomo, né i crimini che compie (e che resteranno impuniti) né la breve relazione sessuale con Flora (un'Isabella Ferrari scheletrica e un po' sguaiata), merce di scambio che il marito usa per pagare i propri debiti di cocainomane incallito; né tantomeno il sacrificio della giovane e ingenua moglie Roberta (Alina Nedelea), brava ragazza sposata per fare colpo sul giudice che gli deve concedere la riabilitazione e uccisa con una crudeltà disumana perché sapeva troppo. Niente, non c'è un'ombra di orrore, di pentimento, di dubbio sul volto (piuttosto monotono) di Alessio Boni e nell'animo di Giorgio. Una volta ottenuta la riabilitazione, il suo happy-ending personale, Giorgio ci annuncia con cinismo il suo ritorno nel mondo della gente per bene, la sua ritrasformazione in un cittadino onesto.
Nel film non c'è un'ombra di ideologia, come nel personaggio del resto, ma solo uno sfoggio di violenza, corruzione, orrore. La colonna sonora di Guerra è a volte un po' sopra le righe, a volte un po' da fiction sulla polizia. Né Boni né Placido entusiasmano. Hanno un certo fascino la lunga sequenza conclusiva dell'agonia di Roberta e il piccolo ruolo di Carlo Cecchi, nei panni di un avvocato del nord-est, ricco e traffichino, che aiuta Giorgio ad ottenere la riabilitazione.
Curioso che in Repubblica Ceca abbiano cambiato il titolo in "Mafia" che non ha niente a che vedere (o perlomeno non in senso stretto) con il film ed è totalmente fuorviante. Ma si sa... questi italiani...
E' ormai qualche anno che i Radiohead mi intimoriscono. No, non per il loro crescendo di sperimentalismo che, per una conservatrice come me, è intimidatorio. Per una ragione molto più banale: hanno - o almeno hanno avuto - un incredibile effetto intristente su di me. In realtà non è neanche colpa loro, poverini. In realtà, la storia è questa: era il 1997 (oddio, dieci anni fa), io ero perdutamente innamorata (e, ovviamente, non ricambiata) di un ragazzo della mia scuola, di un paio d'anni più grande di me. Al tempo le mie conoscenze musicali erano piuttosto scarse, per usare un eufemismo. Avevo passato tutto il primo anno di liceo ad ascoltare i Nirvana, dopo aver ascoltato per tutte le medie soltanto Green Day e Blur. Il ragazzo in questione, appassionato di musica, durante uno dei pochi appuntamenti amorosi che mi concesse, ebbe la cattiva (o buona?) idea di consigliarmi un disco che era appena uscito e che, secondo lui, era favoloso. Il disco si chiamava Ok Computer, di certi - a me sconosciuti - Radiohead. Mi feci fuori mezza l'intera paghetta di una settimana per comprare questo cd (ah dannati tempi in cui non si scaricava musica...). Cominciai ad ascoltare il cd a ripetizione, chiusa nella mia stanza, pensando ovviamente a bel ragazzo di cui ero innamorata. Il disco, ovviamente, mi piaceva da impazzire: se piaceva a lui, non poteva che piacere anche a me. Il disco era - e a riascoltarlo adesso, è ancora - di una tristezza struggente e lacerante. Sfortuna volle che il caro ragazzo mi mandò a quel paese pochi giorni dopo l'acquisto, lasciandomi disperata e - mio malgrado - fan dei Radiohead. Nella mia famiglia ricordano ancora tutti con terrore quei pomeriggi interminabili e grigi dell'autunno '97, in cui dalla mia camera uscivano a volume esagerato e a ritmo inesauribile, le note di Ok Computer e, in particolare, di Karma police, che avevo eletto a inno del mio dolore. E fu un dolore sconfinato, quello. Un dolore che solo una ragazzina di 15 può essere capace di provare.
L'amore, la disperazione e l'ascolto di Ok Computer durarono un anno e mezzo. Poi, una sera, decisi che basta, era finita, non avrei più passato le giornate a piangere, non avrei più riempito le pagine della mia Smemoranda con il suo nome, non avrei più ascoltato quel disco maledetto. Bruciai la sua foto (l'unica che avevo, in cui lui aveva quel suo tipico sorriso coglione), strappai le pagine (e quante!) della Smemoranda e, gesto dei gesti, gettai il cd di Ok Computer dalla finestra. Qualcuno se lo sarà visto piovere in testa.
e non andò tanto meglio quando, qualche anno dopo, fui convinta ad andare al concerto dei Radiohead in piazza S.Croce a Firenze. Credo sia stato uno dei concerti più belli che io abbia mai visto, ma non me lo sono goduto, per due motivi. Il primo, ovviamente, è che mi ricordava ancora le infauste giornate in lacrime. Il secondo è che, a pochi passi da me, stava un giovane per cui ebbi un colpo di fulmine e da cui non potevo staccare gli occhi. Anche lui mi guardva e sorrideva. A fine concerto, l'amico romano con cui ero e a cui confessai il mio subitaneo innamoramento, confessò di conoscerlo, poiché frequentavano lo stesso liceo. Me lo presentò. Lui balbetava, aveva la zeppola e sorrideva. Io non riuscii a dirgli nemmeno una parola, eccetto "ciao, piacere". Mentre andavamo via, il mio amico mi disse che quel ragazzo, di nome Silvio, aveva recitato in un film diretto dal fratello, "Come te nessuno mai". Non lo avevo visto, non sapevo nemmeno cosa fosse. Ovviamente lo guardai. E il mio amore per quello sconosciuto balbuziente naufragò.
Insomma, tutto questo per dire che ho deciso di ricominciare ad ascoltare i Radiohead. Ora che non soffro di pene d'amore, che non sono più soggetta ad innamoramenti avventati di questo tipo, mi sento abbastanza forte, abbastanza al sicuro per non privarmi del piacere di ascoltare questa musica geniale.
E un'alrta cosa. Quando ero adolescente (fino a poco tempo fa) ascoltavo la musica solo in funzione del mio stato d'animo: ero triste, dovevo ascoltare canzoni tristi per esserlo ancora di più. E non importava se la canzone fosse dei Radiohead o di Cristina D'Avena (ha inciso canzoni tristi? beh qualche sigla dei cartoni animati mi faceva piangiucchiare...). Mi giravano i coglioni e volevo spaccare tutto? Ascoltavo i Green Day o i Sex Pistols. Non avevo la minima idea, di niente. Ora accolgo con gioia immensa il dono di poter ascoltare musica solo in funzione della musica, della sua qualità, del suo valore, certo anche delle emozioni che mi trasmette.