Al Pacino (nei panni di "Bobby Deerfield") passeggia per via Tornabuoni, Firenze. Per la strada passa uno dei vecchi - mitici - autobus arancioni dell'ataf. Peccato che non ero ancora nata...

Certo, non capita a tutte le ragazze, nemmeno nella storia del cinema, di essere invitate a un appuntamento da Robert De Niro, con la faccia dello psicopatico Travis di "Taxi Driver" (Martin Scorsese, 1976). Né capita spesso di essere portate, al primo appuntamento, in un lurido cinema porno. La bella e algida Betsy (Cybil Sheperd) ne fugge inorridita, per poi non voler mai più vedere né sentire il tassista reduce del Vietnam, che pure l'aveva in qualche modo affascinata con i suoi modi diretti e imprevedibili, con la sua tenacia da conquistatore che non demorde, con le sue contraddizioni da uomo solo e isolato in un mondo (e in una città) che si affretta verso la deriva. Travis Bickle è un tassista sociopatico ventiseienne, malato di insonnia cronica, affetto da manie di grandezza, manie omicide, passione per le armi e voglia di vendetta. Gira di notte con il suo taxi per le vie di una New York sporca, marcia, violenta. E' così solo che, anche in preda ad attacchi di violenza, non può che rivolgersi a se stesso, alla sua immagine rriflessa nello specchio: "You talkin' to me? You talkin' to me?". La società e i mass media ne faranno l'ennesimo caso da prima pagina, l'ennesimo eroe che rischia la vita per salvare una prostituta dodicenne e restituirla alla sua famiglia. Ma i piani di Travis erano altri: uccidere il senatore Pallantine (per cui lavora l'oggetto della sua ossessione Betsy), sfogare la sua violenza cieca. Ma, si sa, i casi della vita fanno di un assassino un eroe e la stampa è semrpe la prima a sguazzarci. Disillusione, angoscia, isolamento, incomunicabilità: questo inferno sulla terra sembra travolgere e inghiottire non solo i veterani di guerra, ma tutta la società, irrimediabilmente persa, corrotta.
Una violenza cruda e livida permea tutto il film (compresa la scena del corteggiamento), ma si espleta sullo schermo solo negli ultimi minuti, con un impatto fortissimo e tragico, ma non senza un filo di ironia. Lo sguardo furioso e alienato di De Niro cattura e terrorizza. Il finale, reale o immaginario che sia, lascia il film aperto e nello spettatore un senso di inquietudine profonda.
attenzione spoiler!!
"El laberinto del fauno" di Guillermo del Toro è uno dei film più belli, tristi, seri che ho visto negli ultimi tempi. La scelta- vincente - di abbinare una tematica così seria e drammatica al mondo fantastico vissuto/immaginato da una bambina fa del film una favola cruda e poetica, che ti prende, ti tiene incollato alla poltrona e ti commuove, e ti fa riflettere. Chi è più cattivo e terribile, il capitano fascista Vidal o il mostruoso Uomo Pallido che mangia i bambini? [Non casuale ovviamente la montagna di scarpine che si trovano nella sua dimora, che ricordano le atrocità naziste] Ofelia, la protagonista, ha una grazia e una bravura uniche, non si può non amarla e non si può non piangerla alla fine del film, un finale che io non aspettavo ma che in fondo è crudele com'è crudele il nostro mondo. Non c'è bisogno di andare tantolontano, non c'è bisogno di entrare nel mondo della fantasia per trovare mostri e atrocità: le abbiamo sotto gli occhi continuamente, la Storia ne è piena. Ma "El laberinto del fauno" non è solo una storia di mostri, è anche una storia di fate, di persone buone che combattono per un ideale giusto, anche sapendo che la possibilità di perdere è di gran lunga superiore a quella di vincere. Le scenografie incredibili e il trucco fantastico (meglio di qualsiasi effetto digitale e infatti entrambi premiati con l'oscar) fanno del film una affascinante favola surreale, che ti tocca nel profondo, un incubo fin troppo reale in cui perdersi per due ore.
Ho sempre avuto una forma di repulsione per il libri troppo voluminosi; non sono una persona molto paziente, quindi seguire il filo di un romanzo per più di trecento pagine mi costa una grande fatica, anche se la storia mi appassiona e il libro mi piace. Mi è accaduto di abbandonare a metà un paio di libri (cosa che detesto e faccio a malincuore), come ad esempio "Delitto e Castigo". Non so perché, però un giorno mi è venuta la fissa che dovevo leggere "Anna Karenina" di Lev Tolstoj. Non so se sia stata una snobberia letteraria della serie "come posso dire di amare la letteratura se non ho mai letto un libro di Tolstoj". Non credo. Piuttosto questo libro in qualche modo mi attirava, inspiegabilmente. Quindi ho affrontato le 887 pagine della versione Einaudi Tascabili (traduzione - molto vecchia e opinabile - di Leone Ginzburg) e, ora che l'ho finito, mi ha lasciato con una sensazione di inconcludenza (esiste questa parola?). No, non che avrei voluto altre 300 pagine, questo no. Ma la cosa che mi lascia un po' perplessa è che non sono riuscita a comprendere in sostanza cosa Tolstoj volesse dire. "Tutti noi desideriamo roba dolce, buona. Se non ci son confetti, allora gelato sporco".
Ora, questa frase tratta da "Anna Karenina" mi piace molto. Ma qualcuno mi saprebbe dire cos'è il "gelato sporco"? E' un'invenzione di Tolstoj? O del traduttore Leone Ginzburg? O è una cosa tipica russa?
"Bobby" di Emilio Estevez (che poverino come fa ad avere un fratello così figo? vabbè, dice, almeno lui fa il regista e non è un alcolizzato perso che gira solo film ultra-trash). pensavo peggio, invece mi è piaciuto. Abbastanza. A parte le storie un po' retorico-americane, mi sono soprattutto piaciuti gli interpreti. Perfino quella devastona di Lindsay Lohan, perfino e anzi soprattutto Sharon Stone e Demi Moore, entrambe alle prese con cirisi di invecchiamento. Quello di presentare un avvenimento storico attraverso le vite di persone comuni è un vecchio trucco, che secondo me però riesce quasi semrpe bene: alla fine la vera importanza della Storia non è proprio l'influsso che ha sulle storie delle persone, di quelle normali? Dietro tutta la retorica americana, kennediana, il nucleo del film è la vita delle persone, dalla stella semifallita ai giovani neri speranzosi e incazzati, dai lavapiatti messicani col cuore d'oro ai giovani di buona famiglia che sperimentano per la prima volta l'lsd. Il film, in un crescendo, che ovviamente culmina con l'attentato a Bob Kennedy, coinvolge e (com)muove (e quando ho visto Elijah Frodo Wood steso per terra in una pozza di sangue fra le braccia di Lindsay mi stavo per mettere a piangere), interessa anche chi di quel periodo non ha alcun ricordo ma ne ha soltanto sentito parlare.
Prima cosa brutta del rientro: fa un freddo cane!!
Prime cose belle del rientro: il sole e "The Stage Names" degli Okkervil River.