giovedì, 27 settembre 2007, ore 12:40
farfugliato da Klarka in vita, film, cult, taliani

Al Pacino (nei panni di "Bobby Deerfield") passeggia per via Tornabuoni, Firenze. Per la strada passa uno dei vecchi - mitici - autobus arancioni dell'ataf. Peccato che non ero ancora nata...

 

Bobby Deerfield


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lunedì, 17 settembre 2007, ore 15:14
farfugliato da Klarka in libri

Potrei scrivere un post sul libro "Espiazione" di Ian McEwan, che ho appena finito di leggere e mi è enormemente piaciuto, ma non mi va. Potrei scrivere di quanto mi ha preso, di come mi ha incollato gli occhi alle pagine, tenendoli aperti e vincendo il sonno. Potrei scrivere dell'invidia provata leggendo le parole perfette del signor McEwan, la sua prosa limpida, precisa, profonda, intelligente, colta, avvincente, corposa. Potrei parlare della struttura in tre parti del libro, del finale riflessivo, dei personaggi così ben tratteggiati. Potrei, e forse non dovrei dato il personaggio, dire come ho sentito mie alcune caratteristiche della piccola (e poi più grande) Briony; e di come però abbia sentito vicino anche il personaggio di Cecilia, con la sua impotente voglia di fuggire, con il suo realizzare quello che è veramente importante, con quella sensazione di languida indolenza, di aspettazione di qualcosa di grande, di nuovo, di inatteso che arriverà a trascinarla via da una realtà monotona. Potrei anche dire di quanto questo libro mi abbia appassionato, come quei libri da cui non puoi distoglierti ma di cui non vorresti mai arrivare alla fine. Potrei aggiungere che non vedo l'ora di vedere il film che ne è stato tratto e come, non so perché, sento che non ne sarò delusa. Ma non mi va. E, comunque, ormai l'ho già fatto.

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lunedì, 17 settembre 2007, ore 09:26
farfugliato da Klarka in film, cult

Taxi-DriverCerto, non capita a tutte le ragazze, nemmeno nella storia del cinema, di essere invitate a un appuntamento da Robert De Niro, con la faccia dello psicopatico Travis di "Taxi Driver" (Martin Scorsese, 1976). Né capita spesso di essere portate, al primo appuntamento, in un lurido cinema porno. La bella e algida Betsy (Cybil Sheperd) ne fugge inorridita, per poi non voler mai più vedere né sentire il tassista reduce del Vietnam, che pure l'aveva in qualche modo affascinata con i suoi modi diretti e imprevedibili, con la sua tenacia da conquistatore che non demorde, con le sue contraddizioni da uomo solo e isolato in un mondo (e in una città) che si affretta verso la deriva. Travis Bickle è un tassista sociopatico ventiseienne, malato di insonnia cronica, affetto da manie di grandezza, manie omicide, passione per le armi e voglia di vendetta. Gira di notte con il suo taxi per le vie di una New York sporca, marcia, violenta. E' così solo che, anche in preda ad attacchi di violenza, non può che rivolgersi a se stesso, alla sua immagine rriflessa nello specchio: "You talkin' to me? You talkin' to me?". La società e i mass media ne faranno l'ennesimo caso da prima pagina, l'ennesimo eroe che rischia la vita per salvare una prostituta dodicenne e restituirla alla sua famiglia. Ma i piani di Travis erano altri: uccidere il senatore Pallantine (per cui lavora l'oggetto della sua ossessione Betsy), sfogare la sua violenza cieca. Ma, si sa, i casi della vita fanno di un assassino un eroe e la stampa è semrpe la prima a sguazzarci. Disillusione, angoscia, isolamento, incomunicabilità: questo inferno sulla terra sembra travolgere e inghiottire non solo i veterani di guerra, ma tutta la società, irrimediabilmente persa, corrotta.

Una violenza cruda e livida permea tutto il film (compresa la scena del corteggiamento), ma si espleta sullo schermo solo negli ultimi minuti, con un impatto fortissimo e tragico, ma non senza un filo di ironia. Lo sguardo furioso e alienato di De Niro cattura e terrorizza. Il finale, reale o immaginario che sia, lascia il film aperto e nello spettatore un senso di inquietudine profonda.


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martedì, 11 settembre 2007, ore 15:26
farfugliato da Klarka in film

attenzione spoiler!!

fauno"El laberinto del fauno" di Guillermo del Toro è uno dei film più belli, tristi, seri che ho visto negli ultimi tempi. La scelta- vincente - di abbinare una tematica così seria e drammatica al mondo fantastico vissuto/immaginato da una bambina fa del film una favola cruda e poetica, che ti prende, ti tiene incollato alla poltrona e ti commuove, e ti fa riflettere. Chi è più cattivo e terribile, il capitano fascista Vidal o il mostruoso Uomo Pallido che mangia i bambini? [Non casuale ovviamente la montagna di scarpine che si trovano nella sua dimora, che ricordano le atrocità naziste] Ofelia, la protagonista, ha una grazia e una bravura uniche, non si può non amarla e non si può non piangerla alla fine del film, un finale che io non aspettavo ma che in fondo è crudele com'è crudele il nostro mondo. Non c'è bisogno di andare tantolontano, non c'è bisogno di entrare nel mondo della fantasia per trovare mostri e atrocità: le abbiamo sotto gli occhi continuamente, la Storia ne è piena. Ma "El laberinto del fauno" non è solo una storia di mostri, è anche una storia di fate, di persone buone che combattono per un ideale giusto, anche sapendo che la possibilità di perdere è di gran lunga superiore a quella di vincere. Le scenografie incredibili e il trucco fantastico (meglio di qualsiasi effetto digitale e infatti entrambi premiati con l'oscar) fanno del film una affascinante favola surreale, che ti tocca nel profondo, un incubo fin troppo reale in cui perdersi per due ore.


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lunedì, 10 settembre 2007, ore 10:15
farfugliato da Klarka in libri, cult

anna kareninaHo sempre avuto una forma di repulsione per il libri troppo voluminosi; non sono una persona molto paziente, quindi seguire il filo di un romanzo per più di trecento pagine mi costa una grande fatica, anche se la storia mi appassiona e il libro mi piace. Mi è accaduto di abbandonare a metà un paio di libri (cosa che detesto e faccio a malincuore), come ad esempio "Delitto e Castigo". Non so perché, però un giorno mi è venuta la fissa che dovevo leggere "Anna Karenina" di Lev Tolstoj. Non so se sia stata una snobberia letteraria della serie "come posso dire di amare la letteratura se non ho mai letto un libro di Tolstoj". Non credo. Piuttosto questo libro in qualche modo mi attirava, inspiegabilmente. Quindi ho affrontato le 887 pagine della versione Einaudi Tascabili (traduzione - molto vecchia e opinabile - di Leone Ginzburg) e, ora che l'ho finito, mi ha lasciato con una sensazione di inconcludenza (esiste questa parola?). No, non che avrei voluto altre 300 pagine, questo no. Ma la cosa che mi lascia un po' perplessa è che non sono riuscita a comprendere in sostanza cosa Tolstoj volesse dire.
Allora la storia in breve, per chi non la conoscesse, è questa: Anna Karenina è una signora sposata e con un figlio che conduce una vita normale e serena; un giorno alla stazione incontra un giovane, il conte Vronskij, il quale si innamora immediatamente di lei e la trascina in una passione proibita e fortissima. Al contempo Vronskij spezza il cuore della bella principessina Kitty che, innamorata di lui, spera in una proposta di matrimonio che non arriverà. Kitty per il dolore si ammala e, una volta riacquistate salute e speranza, riuscirà a trovare la pace, la tranquillità e l'amore con Levin, un possidente campagnolo, noioso ma onesto. Non così fortunati saranno invece Anna e Vronskij che dovranno fare i conti con il giudizio della società, con i propri sensi di colpa, con l'impossibilità di vivere la propria passione con serenità. La fine è ovviamente tragica per loro, com’è invece lieta per l’altra coppia.
Chiaramente tutto il libro si basa sull’opposizione delle due coppie: da una parte la coppia onesta, solida, di buoni principi, e dall’altra la coppia che vive nel peccato. Anna abbandona il marito e il figlio tanto amato, per seguire i suoi impulsi primordiali, per alimentare una passione che finirà per distruggerla, corrodendole il cuore e i nervi. Anna, alla fine, è soltanto una donna che non è stata capace di accettare il proprio destino, di trovare un accordo fra passione e ragione. Mentre Vronskij non avrà particolari problemi nel confrontarsi con la propria situazione, entrando persino in conflitto con la madre, Anna non ci riesce. Non solo perché più fragile e tormentata, ma anche perché donna: a Vronskij nessuno rimprovera cosa ha fatto, Anna è invece la donna perduta, malefica, indegna. Kitty, invece, dopo un iniziale smarrimento (l’innamoramento per Vronskij e la conseguente malattia), capirà che quello che conta veramente nella vita è la semplicità dei sentimenti e dei desideri, riuscirà a trovare la felicità con un uomo che, pur non bello e affascinante come Vronskij, saprà renderla felice. Levin è un uomo semplice e tormentato allo stesso tempo: per lui quello che conta di più è la sua tranquilla vita in campagna e tutte le cose di cui là si deve occupare. Ma con il matrimonio e la nascita di un figlio, comincia a riflettere su questioni esistenziali e spirituali, tormentandosi fino allo stremo ma, alla fine, comprendendo che quello che veramente conta per lui sono la moglie e il figlio che lui ama sinceramente e profondamente. Il rapporto di Kitty e Levin va via via cementandosi, così come quello di Anna e Vronskij va via via sgretolandosi, soffocandosi fra le gelosie folli di Anna, i suoi sensi di colpa e i rigidi giudizi morali della società che gli sta intorno, fino ad arrivare alla tragica risoluzione finale.
All’apparenza il messaggio di Tolstoj sembra chiaro: la coppia che vive nel peccato si autodistruggerà, la copia che vive onestamente e puramente si consoliderà e donerà la felicità. Ma, a cominciare dal fatto che il libro porta il nome di Anna, non credo che le cose stiano esattamente così. Certo, l’opposizione fra bene e male è ovvia ma Anna è l’eroina del libro, la vera protagonista e Tolstoj sembra avere sempre una particolare cura per lei, quando ne descrive i pensieri e le azioni. Forse soltanto per Levin ha una cura paragonabile, facendoci partecipi di tutti i suoi tormenti interiori, prima con il rifiuto di Kitty e poi con i suoi problemi teologico-esistenziali. Ma Levin viene tutto sommato anche tratteggiato come un personaggio rigido e noioso, mentre Anna è la stella del romanzo. Anna è bella, buona e viene travolta da questa passione che non riesce a dominare; Anna è una vittima e come una vittima finirà. E’ vittima della sua passione, vittima degli eventi, vittima di un marito rigido e duro, vittima di una società superficiale e ostile. E’ vittima anche dei tempi in cui vive, tempi in cui una donna non era libera di decidere della propria vita. Tutto ciò che nel libro ha a che fare con Anna è pietoso e commovente, come la scena in cui dopo tanto tempo riesce a vedere il figlio per pochi minuti. Anna è un personaggio che suscita una pietà immensa nel lettore mentre, almeno per me, Vronskij suscita una certa indifferenza se non addirittura antipatia, Kitty un po’ di tenerezza e Levin noia mista a ilarità. “Anna Karenina” è il romanzo di Anna, è un’ode a questa povera donna sperduta in un mondo così crudele: ed ciò che pensa anche lei nel suo ultimo delirio; Anna si rende conto di quanto tutto sia meschino, misero, inutile, di quanto le persone siano crudeli e superficiali, attraverso il suo lungo e delirante monologo interiore ci rendiamo conto di quanto la vita le appaia difficile da vivere, di quanto il mondo le appaia brutto e ingiusto, di quanto soffra e di quanti aneli alla pace, quella pace che non potrà trovare in vita ma che dovrà cercare nella morte.   
 

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venerdì, 07 settembre 2007, ore 15:21
farfugliato da Klarka in libri

"Tutti noi desideriamo roba dolce, buona. Se non ci son confetti, allora gelato sporco".

Ora, questa frase tratta da "Anna Karenina" mi piace molto. Ma qualcuno mi saprebbe dire cos'è il "gelato sporco"? E' un'invenzione di Tolstoj? O del traduttore Leone Ginzburg? O è una cosa tipica russa?


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venerdì, 07 settembre 2007, ore 09:38
farfugliato da Klarka in film

Bobby"Bobby" di Emilio Estevez (che poverino come fa ad avere un fratello così figo? vabbè, dice, almeno lui fa il regista e non è un alcolizzato perso che gira solo film ultra-trash). pensavo peggio, invece mi è piaciuto. Abbastanza. A parte le storie un po' retorico-americane, mi sono soprattutto piaciuti gli interpreti. Perfino quella devastona di Lindsay Lohan, perfino e anzi soprattutto Sharon Stone e Demi Moore, entrambe alle prese con cirisi di invecchiamento. Quello di presentare un avvenimento storico attraverso le vite di persone comuni è un vecchio trucco, che secondo me però riesce quasi semrpe bene: alla fine la vera importanza della Storia non è proprio l'influsso che ha sulle storie delle persone, di quelle normali? Dietro tutta la retorica americana, kennediana, il nucleo del film è la vita delle persone, dalla stella semifallita ai giovani neri speranzosi e incazzati, dai lavapiatti messicani col cuore d'oro ai giovani di buona famiglia che sperimentano per la prima volta l'lsd. Il film, in un crescendo, che ovviamente culmina con l'attentato a Bob Kennedy, coinvolge e (com)muove (e quando ho visto Elijah Frodo Wood steso per terra in una pozza di sangue fra le braccia di Lindsay mi stavo per mettere a piangere), interessa anche chi di quel periodo non ha alcun ricordo ma ne ha soltanto sentito parlare.


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giovedì, 06 settembre 2007, ore 11:14
farfugliato da Klarka in vita, tableaux tchèques

Piove, piove e ancora piove. Ah, e tira vento anche. La città si è già tinta di tutte le possibili sfumature del grigio. L'unica traccia che rimane dell'estate è sulla mia pella, che ancora resiste abbronzata. Ancora per poco, mi sa. Certo, come rientro non è stato dei migliori, ma che si può fare. Sono felice di essere qui, anche con la pioggia e il vento. E' strano, ma è sempre così: quando sai che te ne andrai, tutto acquista colori diversi, tutto appare più bello e più caro di quanto in realtà sia. O forse no: forse appare col suo vero volto, bello e caro, e tu te ne rendi conto pienamente solo quando temi di perderlo.

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martedì, 04 settembre 2007, ore 13:27
farfugliato da Klarka in musica, vita, tableaux tchèques

Prima cosa brutta del rientro: fa un freddo cane!!

Prime cose belle del rientro: il sole e "The Stage Names" degli Okkervil River.


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martedì, 04 settembre 2007, ore 08:33
farfugliato da Klarka in vita, lost in translation, tableaux tchèques

Ieri, mentre sorvolavo una Praga annuvolata di nero e piovosa, ho provato una sensazione di calore, di gioia profonda: dopo un mese di assenza ero contenta, felice di tornare in questa città che amo con tutta me stessa, nonostante i periodi di intolleranza. Sarà che il pensiero di trascorrervi ancora tre mesi e mezzo e poi abbandonarla un po' mi fa paura, ho la sensazione di dovermela godere fino in fondo, in ogni suo angolo, in ogni suo aspetto, conosciuto e sconosciuto. Le cose ad orologeria, si sa, hanno un gusto particolare, estremo e nostalgico, che a me piace tantissimo. E allora via col conto alla rovescia: gli ultimi mesi di Praga. E sento un formicolio alla bocca dello stomaco...Emozione!

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